I cani randagi
I cani randagi hanno la luna stampata negli occhi e le bugie del vento compagne di cammino. Sostano, talvolta, in mezzo ad un crocicchio, ubriachi di voci e di silenzi, poi sbattono la coda sull’anima un po’ ombrosa e fuggono atterriti allo scrosciare di una saracinesca. Serbano ricordi di mattini tra le case e la carezza magra del vecchio sulla porta. I cani randagi hanno un cuore metropolitano e scampoli d’asfalto tra le zampe. Come i poeti sanno la solitudine di balze e piazze e grondano malinconia dal nero sguardo. Ma la notte hanno un letto di papaveri e verbena,una corrida di lucciole tra vapori di menta e la coperta viola del cielo aperto.
Simonetta Barsotti
In questo periodo di contingenza politica, avendo parlato in precedenza di gatti, “per fare le cose giuste”, come diceva mia nonna, anche se in questo caso la politica non c’entra affatto, voglio parlare di cani.
Lo faccio attraverso parole non mie ma rese felicemente in chiave poetica da una mia amica.
C’è poco da aggiungere ma qualcosa c’è…
Chi, per un motivo o per un altro, non ha mai avuto un cane o abbia familiarizzato con un esemplare di razza canina forse non riuscirà (ma non mettiamo limiti alla provvidenza) a cogliere l’intimo rapporto, il feeling specialissimo che viene a legare due esseri di specie diversa quale appunto un “cane” ed un “umano” (metto il virgolettato perché l’attribuzione dei due epiteti spesse volte andrebbe invertita: il primo al bipede, il secondo al quadrupede… senza offesa per il cane!).
Prima di prendere il mio di cane (è un golden e si chiama Drugo) mi sono spesso lasciata incantare dai, chiamiamoli “quadretti”, di vita canina che raccoglievo intorno a me e che, con l’andar del tempo, mi hanno sempre più convinto che avere un cane fosse una esperienza che valeva la pena di vivere e condividere con altri.
Ma passiamo ai “quadretti”….
“Quadretto” numero 1:
Parigi, stazione Gare de Lyon, sala d’aspetto. E’ un giorno di dicembre freddissimo, fuori ci sono 6 gradi sotto zero. Una anziana signora si siede su una delle poltroncine lasciate vuote. Posa la borsa di fianco ai suoi piedi e ne tira fuori un chihuahua dal pelo marrone. Se lo pone in grembo e lo accarezza per scaldarlo e tranquillizzarlo. Il piccolo cane la guarda coi suoi occhioni marroni turgidi d’affetto.
La signora pensa al treno che deve arrivare e che la condurrà lontano dalla grande città dove tutto è caotico e chiassoso, fino alla sua casa in campagna, la sua casa dai muri bianchi, il tetto di ardesia, la veranda chiara di ferro battuto e il giardinetto dalle piante ancora addormentate per il freddo dell’inverno. Sospira e posa gli occhi sul suo piccolo amico che le sta in grembo.
Gli sorride, mette una mano nella borsa ai suoi piedi e ne trae fuori una stecca di cioccolato. Ne spezza un quadretto per sé e uno per il suo cane e il dolce sapore di quei pezzetti di cioccolata scende dentro di loro scaldando i loro cuori in quella fredda giornata d’inverno.
“Quadretto” numero 2:
L’uomo dalla faccia abbronzata pedala lentamente sulla sua bicicletta trasformata in modo tale da poter portare con sé il suo inseparabile compagno di vita… un piccolo cane meticcio, dal pelo lungo chiazzato bianco e crema, le orecchie flosce e un musetto dolce e anche un po’ furbetto ma che non ha occhi se non per lui. Per non separarsene ha adattato davanti al manubrio del suo unico bene materiale, raccolto chissà dove, una cassetta di plastica dai bordi alti, per offrire un maggiore riparo e dentro vi ha steso una vecchia coperta per rendergli quella cuccia da viaggio più calda e confortevole possibile.
Gli abiti dell’uomo sono sgualciti e trasandati… non vengono da un negozio ma dalla parrocchia dove delle pie donne mettono in pratica il precetto cristiano di vestire gli ignudi. Chi li abbia indossati prima di lui all’uomo non interessa affatto. Deve pensare piuttosto a come procacciarsi il cibo, quello che ogni giorno basti a sfamare lui e il suo piccolo, inseparabile amico, colui col quale divide da sempre la povertà di un riparo e di un nutrimento precario.
Ma tutto è relativo!
Si è poveri quando si è soli e non si ha l’affetto di nessuno. Quella è la vera povertà e fa paura.
A lui cosa manca?
Una casa?… Ce l’ha avuta una volta.
Un lavoro?… Ce l’ha avuto una volta.
Una famiglia?… Ce l’ha avuta una volta.
Una macchina?… Ha la bicicletta.
Un conto in banca?… Non ce l’ha mai avuto… e se non hai mai avuto qualcosa non ti può mancare!
L’uomo non sente che la sua vita manchi di qualcosa.
Ha la salute, ha la bicicletta, hai dei vestiti che lo riparano dal freddo, ha le cose che raccoglie dai bidoni dell’organico, scarto dei supermercati e che costituiscono la sua colazione, il suo pranzo e la sua cena, spesso riunite in un pasto unico, per lui e per il suo cane… Ha il suo cane, il suo compagno di vita col quale dividere tutte quelle ricchezze. Non c’è il superfluo nella sua vita e per questo quella sua vita e quella del suo cane sono davvero preziose, sono la sola ricchezza che al mondo conti davvero qualcosa.
Cosa chiedere ancora?
Non voglio aggiungere altro!
(La Gio_cinofila) 

I racconti di Sandra Mazzinghi
14 aprile, 2008 di pizzeetriglie
Recentemente ho visitato il blog di MariaGiovanna Luini, della quale mi appresto a leggere il libro Una storia ai delfini, che ospita due racconti brevi di Sandra Mazzinghi.
Ebbene li ho trovati… essenziali, ben scritti e ricchi di una profonda sensibilità.
Se mi è concesso fare un parallelismo accosterei il suo modo di scrivere al modo di dipingere degli impressionisti: una pennellata fatta di parole e non di colori che da l’impressione della realtà più che denotarla, descriverla manieristicamente, rivelando l’essenza di una storia “tutto e subito”. Un insieme di colori-parole che lasciano spazio all’intuizione di chi vede-legge la trasposizione oggettiva-soggettiva di una frazione, di un attimo, di una immensità di quella stessa realtà.
Non ricorrendo al dettaglio della parola, non esplicitando l’emozione di uno specifico momento, il suo modo di scrivere lascia spazio al lettore di indovinare, di raggiungere lo stato dell’anima di chi, scrivendo, in quel monento, vuole comunicare la sua stessa emozione, dare la possibilità di ri-viverla così come sgorga spontanea dal suo cuore.
Ecco, sì!….
Leggere le parole dei due brevi racconti di Sandra Mazzinghi (“Luna paffuta” e “La bitta”) mi ha fatto provare netta la sensazione di essere lì con l’autrice, lì, vicino a lei, nella sua testa, nelle sue dita quando queste bellissime emozioni, filtrate da un animo fin troppo sensibile (specie se vi si contrappone, come nel racconto La bitta, l’insensibilità alla vita più totale) sono state veicolate dalle sue dita sulla tastiera del computer finendo a dare significato ad una pagina bianca (in formato elettronico) altrimenti vuota e sensa storia.
GRAZIE DI ESISTERE SANDRA!!!
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