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Recentemente ho visitato il blog di MariaGiovanna Luini, della quale mi appresto a leggere il libro Una storia ai delfini, che ospita due racconti brevi di Sandra Mazzinghi.
Ebbene li ho trovati… essenziali, ben scritti e ricchi di una profonda sensibilità.
Se mi è concesso fare un parallelismo accosterei il suo modo di scrivere al modo di dipingere degli impressionisti: una pennellata fatta di parole e non di colori che da l’impressione della realtà più che denotarla, descriverla manieristicamente, rivelando l’essenza di una storia “tutto e subito”. Un insieme di colori-parole che lasciano spazio all’intuizione di chi vede-legge la trasposizione oggettiva-soggettiva di una frazione, di un attimo, di una immensità di quella stessa realtà.
Non ricorrendo al dettaglio della parola, non esplicitando l’emozione di uno specifico momento, il suo modo di scrivere lascia spazio al lettore di indovinare, di raggiungere lo stato dell’anima di chi, scrivendo, in quel monento, vuole comunicare la sua stessa emozione, dare la possibilità di ri-viverla così come sgorga spontanea dal suo cuore.
Ecco, sì!….
Leggere le parole dei due brevi racconti di Sandra Mazzinghi (“Luna paffuta” e “La bitta”) mi ha fatto provare netta la sensazione di essere lì con l’autrice, lì, vicino a lei, nella sua testa, nelle sue dita quando queste bellissime emozioni, filtrate da un animo fin troppo sensibile (specie se vi si contrappone, come nel racconto La bitta, l’insensibilità alla vita più totale) sono state veicolate dalle sue dita sulla tastiera del computer finendo a dare significato ad una pagina bianca (in formato elettronico) altrimenti vuota e sensa storia.
GRAZIE DI ESISTERE SANDRA!!!

I cani

I cani randagi

I cani randagi hanno la luna stampata negli occhi e le bugie del vento compagne di cammino. Sostano, talvolta, in mezzo ad un crocicchio, ubriachi di voci e di silenzi, poi sbattono la coda sull’anima un po’ ombrosa e fuggono atterriti allo scrosciare di una saracinesca. Serbano ricordi di mattini tra le case e la carezza magra del vecchio sulla porta. I cani randagi hanno un cuore metropolitano e scampoli d’asfalto tra le zampe. Come i poeti sanno la solitudine di balze e piazze e grondano malinconia dal nero sguardo. Ma la notte hanno un letto di papaveri e verbena,una corrida di lucciole tra vapori di menta e la coperta viola del cielo aperto.

Simonetta Barsotti

 

In questo periodo di contingenza politica, avendo parlato in precedenza di gatti, “per fare le cose giuste”, come diceva mia nonna, anche se in questo caso la politica non c’entra affatto, voglio parlare di cani.

Lo faccio attraverso parole non mie ma rese felicemente in chiave poetica da una mia amica.

C’è poco da aggiungere ma qualcosa c’è…

Chi, per un motivo o per un altro, non ha mai avuto un cane o abbia familiarizzato con un esemplare di razza canina forse non riuscirà (ma non mettiamo limiti alla provvidenza) a cogliere l’intimo rapporto, il feeling specialissimo che viene a legare due esseri di specie diversa quale appunto un “cane” ed un “umano” (metto il virgolettato perché l’attribuzione dei due epiteti spesse volte andrebbe invertita: il primo al bipede, il secondo al quadrupede… senza offesa per il cane!).

Prima di prendere il mio di cane (è un golden e si chiama Drugo) mi sono spesso lasciata incantare dai, chiamiamoli “quadretti”, di vita canina che raccoglievo intorno a me e che, con l’andar del tempo, mi hanno sempre più convinto che avere un cane fosse una esperienza che valeva la pena di vivere e condividere con altri.

Ma passiamo ai “quadretti”….

“Quadretto” numero 1:

Parigi, stazione Gare de Lyon, sala d’aspetto. E’ un giorno di dicembre freddissimo, fuori ci sono 6 gradi sotto zero. Una anziana signora si siede su una delle poltroncine lasciate vuote. Posa la borsa di fianco ai suoi piedi e ne tira fuori un chihuahua dal pelo marrone. Se lo pone in grembo e lo accarezza per scaldarlo e tranquillizzarlo. Il piccolo cane la guarda coi suoi occhioni marroni turgidi d’affetto.

La signora pensa al treno che deve arrivare e che la condurrà lontano dalla grande città dove tutto è caotico e chiassoso, fino alla sua casa in campagna, la sua casa dai muri bianchi, il tetto di ardesia, la veranda chiara di ferro battuto e il giardinetto dalle piante ancora addormentate per il freddo dell’inverno. Sospira e posa gli occhi sul suo piccolo amico che le sta in grembo.

Gli sorride, mette una mano nella borsa ai suoi piedi e ne trae fuori una stecca di cioccolato. Ne spezza un quadretto per sé e uno per il suo cane e il dolce sapore di quei pezzetti di cioccolata scende dentro di loro scaldando i loro cuori in quella fredda giornata d’inverno.

“Quadretto” numero 2:

L’uomo dalla faccia abbronzata pedala lentamente sulla sua bicicletta trasformata in modo tale da poter portare con sé il suo inseparabile compagno di vita… un piccolo cane meticcio, dal pelo lungo chiazzato bianco e crema, le orecchie flosce e un musetto dolce e anche un po’ furbetto ma che non ha occhi se non per lui. Per non separarsene ha adattato davanti al manubrio del suo unico bene materiale, raccolto chissà dove, una cassetta di plastica dai bordi alti, per offrire un maggiore riparo e dentro vi ha steso una vecchia coperta per rendergli quella cuccia da viaggio più calda e confortevole possibile.

Gli abiti dell’uomo sono sgualciti e trasandati… non vengono da un negozio ma dalla parrocchia dove delle pie donne mettono in pratica il precetto cristiano di vestire gli ignudi. Chi li abbia indossati prima di lui all’uomo non interessa affatto. Deve pensare piuttosto a come procacciarsi il cibo, quello che ogni giorno basti a sfamare lui e il suo piccolo, inseparabile amico, colui col quale divide da sempre la povertà di un riparo e di un nutrimento precario.

Ma tutto è relativo!

Si è poveri quando si è soli e non si ha l’affetto di nessuno. Quella è la vera povertà e fa paura.

A lui cosa manca?

Una casa?… Ce l’ha avuta una volta.

Un lavoro?… Ce l’ha avuto una volta.

Una famiglia?… Ce l’ha avuta una volta.

Una macchina?… Ha la bicicletta.

Un conto in banca?… Non ce l’ha mai avuto… e se non hai mai avuto qualcosa non ti può mancare!

L’uomo non sente che la sua vita manchi di qualcosa.

Ha la salute, ha la bicicletta, hai dei vestiti che lo riparano dal freddo, ha le cose che raccoglie dai bidoni dell’organico, scarto dei supermercati e che costituiscono la sua colazione, il suo pranzo e la sua cena, spesso riunite in un pasto unico, per lui e per il suo cane… Ha il suo cane, il suo compagno di vita col quale dividere tutte quelle ricchezze. Non c’è il superfluo nella sua vita e per questo quella sua vita e quella del suo cane sono davvero preziose, sono la sola ricchezza che al mondo conti davvero qualcosa.

Cosa chiedere ancora?

Non voglio aggiungere altro!

  

 (La Gio_cinofila) 

le roschette

Le roschette sono ciambelline di pasta all’olio che a Livorno si comprano in tutti i forni e nei bar (confezionate).

Sono di origine ebraica e arrivarono a Livorno assieme agli ebrei sefarditi, spagnoli cacciati per le solite simpatiche guerre di religione e approdati a Livorno che, con le leggi Livornine, garantiva privilegi impensabili all’epoca per chi era un “fuori casta”

Di solito i fornai li fanno con la pasta di pane condita con olio. Da qualche anno vanno forte anche le roschette al mais, ma non ho la ricetta.
In rete si trovano due/tre ricette diverse, io ho scelto quella che il giornalista Aldo Santini riporta nel suo libro “La cucina livornese”.
E’ la prima volta che le preparo e sono venute veramente buone, ma diverse da quelle che si comprano dal fornaio (secondo me sono meglio queste che ho fatto… ).

Ingredienti:
500 gr. di farina 0
150 gr di olio extravergine
acqua
2 cucchiaini di sale fino
1 uovo

Impastare tutti gli ingredienti fino a fare una palla elastica. L’acqua va aggiunta ad occhio, io ne ho messi circa 50 ml.

Dal momento che è un pò friabile quando si lavora, è meglio prendere dei pezzetti grossi come due pugni e stenderli col mattarello. Poi si tagliano delle striscine larghe un mignolo (se avete le mani giganti, mezzo mignolo).
Le strisce vanno lavorate a formare dei filoncini, che poi si chiudono a ciambellina. Si appoggiano le ciambelline sulla lastra coperta di carta forno e si infornano in forno caldo a 160 °C ventilato per una 20ina di minuti.
Io le ho tolte pallidine, forse se cuocevano altri 10 minuti non gli faceva male, però il sapore è stupendo!!!

Curiosità: “roschetta” nell’uso popolare labronico (che va scomparendo ormai) è anche un tipico bracciale d’oro lavorato a torchon, rigido, che si usava regalare alle spose come parte della dote.

La Fra_cuciniera

Scrivere…

cagliostro05.jpg

Una giornata di sole finalmente!

Quelle indietro erano state un vero disastro, specie per uno come me che odia inzupparsi sotto l’acquettina fine e martellante. Ero quasi arrivato al punto da desistere dall’uscire per sbrigare i miei affari e aspettare momenti migliori per farlo.

Io sono un grande camminatore (a tempo asciutto). Mi piace bighellonare e girellare, fare una visitina ai miei amici per scambiarci tutte le novità del giorno, dato che sono anche un “animale sociale”. Ma sopratutto non trascuro mai le mie amiche, in modo particolare quando il mio orologio biologico mi mette in corpo un bisogno incontrollabile di cercarle (estrogeni, li chiamano!). E di amiche ne ho tante, modestia a parte…. Tutte molto affezionate e sensibili al mio fascino (bhè , non faccio per vantarmi, ma godo di una certa reputazione in giro!).

Dunque, mentre ero di ritorno dal far visita ad una mia cara amica, una bellezza rossa con gli occhioni verdi, approfittando della giornata di sole quasi primaverile, percepii un certo odorino di buono che arrivò diretto fin nel profondo delle mie narici. Indirizzai tutti i miei sensi in quella direzione, cercando di captare da dove provenisse. Non fu difficile individuarlo. Negli immediati paraggi c’era solo una grande casa: quel profumino non poteva venire che da lì, ed io ero abbastanza vicino per sentirlo bene, senza possibilità di errore. Mentre mi avvicinavo, sollecitato da un sano appetito, mi chiesi come ero potuto stare tanto tempo senza passare da questa parte del mio territorio di caccia.

Arrivai alla porta di casa ed entrai (del resto la porta era aperta!). Lasciandomi guidare da quella delicata fragranza, che si era fatta strada dalle mie narici fin nel profondo del mio stomaco fino a rimescolarlo tutto, giunsi a scorgere, quasi come in una visione, una donna che, forchettone in mano, aveva tratto dal forno un bel pollo arrosto per girarlo onde portarne a compimento la cottura.

Con agilità mi portai alla sua altezza e fu a questo punto che provocai quasi in disastro irreparabile.

La donna infatti non si aspettava di vedermi. Le ero apparso così di colpo accanto tanto da farle fare un salto degno della mia specie (cosa che avrebbe compromesso definitivamente la cottura di quella ottima pietanza, visto il suo primo impulso di mollare la presa sulla casseruola).

- Dunque sei un gatto!- sospirò quasi con sollievo – Ma lo sai che mi hai fatto prendere una bella paura? – disse minacciandomi col forchettone.

Io la guardai dritto negli occhi per un attimo e benché dalla sua persona emanasse un che di rassicurante, non persi tempo ad osservarla troppo dato che il mio olfatto sensibile captò all’improvviso un pericoloso odore di bruciato.

La donna lo percepì quasi contemporaneamente a me (dote rara per un essere umano) e reagì prontamente togliendo la casseruola dal forno visto che, per il piccolo trambusto che si era creato col mio arrivo, ve l’aveva infilata senza aver girato il pollo che così rischiava di perdersi irrimediabilmente.

Non c’era bisogno di ulteriore cottura: quel pranzetto delizioso era pronto per essere consumato.

- Vuoi farmi compagnia per pranzo?- mi chiese reclinando graziosamente il capo per guardarmi.

Io le risposi di si (nel mio linguaggio, si capisce), con una serie di miagolii brevi e ravvicinati (che mi uscivano dallo stomaco più che dalla gola), balzando di nuovo a terra, strofinandomi a coda ritta alle sue gambe e aggiungendo anche un “gobbino” di soddisfazione per il suo cortese invito.

Lei capì al volo la mia manfrina e sorridendo prese dalla credenza una ciotola piuttosto grande (cosa che mi faceva ben sperare); tagliò il pollo in diverse parti; ne passò delle porzioni nella ciotola, spolpandolo perché non mi soffocassi con gli ossicini e infine me lo mise davanti….Mancava giusto un pelo perché la ciotola arrivasse a toccare terra quando lei, inaspettatamente, si sollevò portandomela di nuovo via e facendomi schioccare a vuoto, l’una contro l’altra, le mandibole deluse quanto me.

_ Non è educazione iniziare a mangiare senza aver fatto prima le debite presentazioni! Io mi chiamo Domizia e tu?- Mi interrogò aspettandosi da me una risposta.

Ma cosa voleva da me, mi chiesi spazientendomi… Io non mi chiamo mai…. Non ho un nome. Ho solo fame! – Ebbene, ti chiamerò Cagliostro. E’ un nome che sta proprio bene ad un gattone nero dagli occhi gialli come te! – Grazie al Dio protettore di tutti i gatti senza un nome, la questione venne risolta ed io potei gustarmi in santa pace quel pranzetto delizioso.

Quello fu l’inizio di un rapporto di vicendevole amicizia che dura già da qualche tempo.

Mi piace Domizia.

Dalla sua persona emana un che di caldo e di luminoso, ed io ho sempre preferito tutto ciò che tende al chiaro piuttosto che allo scuro e al tenebroso. E poi, lei riesce sempre a prendermi per la gola (il peccato di gola è certo il vizio capitale in cui incorro maggiormente e per il quale brucerò sicuramente nell’inferno dei gatti per l’eternità!)

…Bhè, a dire il vero, in questo è superata alla grande, in cucina, ai fornelli intendo, da un donnone che mi è stata presentata (sempre questa fissa di voler dare a tutti un nome!) come “la Rina”.

L’unico difetto della Rina è quello di mettere puntualmente a soqquadro la mia zona pisolino per le sue pulizie giornaliere… Ma, tornando a parlare di cibo (l’argomento che prediligo), è unicamente Domizia a prendersi cura del mio menù…. ed io, per non scontentarla, mi rassegno anche a mangiare, insieme alla carne o al pesce, pure la verdura cotta, cosa che non avevo mai assaggiato prima e che, giuro, è una vera purga…. Ma, che volete, lo faccio solo per fare contenta colei che ho eletto quale mia compagna…. E se tutto questo non si può definire “amore” non saprei davvero come chiamarlo (Ecco fatto! Sono caduto vittima anch’io della fissa per i nomi!).

Questo è l’inizio di un romanzo mai finito, restato come si dice “nel cassetto”. Uno dei tanti miei lavori, anche se non è tra quelli che ho portato felicemente a termine e che, comunque, nessuno si è mai preso il “piacere” di pubblicare.

Parafrasando Umberto Eco: se sei qualcuno e ti dicono di scrivere qualcosa è scontato che poi ne consegua una pubblicazione ma se non ti conosce nessuno?…

Il marchese del Grillo, personaggio impersonato da Alberto Sordi nell’omonimo film, avrebbe risposto così: io sono io e voi non siete niente!

La cosa che più mi disturba in tutto questo è che a scrivere e scrivere senza mai avere risonanza alcuna, eccetto presso “i tuoi” personali estimatori, e continuando a mandare i manoscritti in giro per concorsi letterari, poi si corre il rischio di trovare opere pubblicate che sembrano attingere alle tue idee, come giorni indietro quando mi è capitato da leggere un romanzo che ha come protagonista un cane detective… Il protagonista di quel libro, in versione felina, avrebbe potuto essere benissimo il mio Cagliostro, personaggio.. di un romanzo mai finito, restato come si dice “nel cassetto”!

La Gio

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Lavatrice

Mi ipnotizzo al suo movimento circolare

affascinata dai panni che girano, sbattono, si mischiano, multicolor. Più affascinante della tivù…

Fascinazione del movimento circolare… conforto della ripetitività.

La mia vita lì dentro

giro, sbatto, mi mischio agli altri in moto circolare

che non mi porta da nessuna parte.

La Fra